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Cape Elizabeth

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Non era rimasto più nulla, nelle stanze. Polvere, qualche ragno e insetti così grandi che Emma era sicura il loro DNA fosse alieno. E silenzio, sì. C’era tanto silenzio, solo i loro passi scricchiolanti e il mare lontano.

August le prese la mano e intrecciò le proprie dita a quelle di Emma. «Forse è meglio così» bisbigliò, guardandosi intorno.

Emma sospirò. Erano nella loro ultima casa-famiglia, quella dalla quale erano scappati quando Emma aveva scoperto di essere incinta, per lasciarsi alle spalle Neal, Ingrid e un cuore infranto.

Erano a Cape Elizabeth.

«Sì. Forse» concesse Emma, infine.

O forse no.

Non era sicura di quello che stava cercando, Emma, non sapeva perché avesse insistito tanto per tornare proprio lì. August non aveva voluto lasciarla sola.

«Non apparteniamo più a questo… posto, Em» disse il ragazzo, tirandola per la mano così da darle una leggera spallata.

«Sei sicuro? Perché a me sembra che non lo lasceremo mai alle spalle. Non davvero. Mi sembra che tutto sia sempre sul punto di… scivolare via dalle mie mani».

«Lo so» concordò August. «Da quando ho conosciuto Ruby… Non sono mai stato così felice, mai. È tutto nuovo. Il mondo intero è un posto nuovo, da quando c’è lei ».

Emma annuì, la mente e il cuore rivolti a Henry e a Regina. «Forse volevo solo… Volevo dirlo a Ingrid, sai? Dirle che non sono più quella Emma. Orfana. Persa. Sola. Che ci sono riuscita, a scappare da questo posto. Che ci siamo riusciti, tu ed io».

August baciò Emma tra i capelli biondi e rimasero così, in silenzio, per qualche minuto, appoggiati l’uno all’altra.

«Forse è meglio andare, ora, Em» disse infine August. «Ci staranno aspettando».

E Emma annuì. Sorrise. Sì.

Non erano più sola, ora. Non era più persa.

Aveva delle persone che la stavano aspettando e un posto in cui tornare.

Aveva una famiglia, Emma. Aveva una casa, tutta per sé.

 

 

***

 

 

«Dov’è la mia piccola scimmia volante?» urlò Zelena, entrando in casa.

Regina, che stava insegnando a Henry a impastare una torta, fece appena in tempo a prendere il sacchetto di farina al volo prima che il bambino lo facesse cadere a terra nella fretta di lasciare tutto e raggiungere la nuova arrivata all’ingresso.

«Zelena! Zelena! Zelena!» urlò Henry, correndo lungo il corridoio, prima di lanciarsi sulla maggiore delle Mills e stringerla a sé. Regina li raggiunse poco dopo e sorrise a sua sorella, piccole impronte di mani infarinate sulle guance.

Henry aveva conosciuto Zelena poco dopo Natale, una sera in cui Regina aveva invitato lui e Emma a cenare da lei. Sua sorella avrebbe dovuto essere fuori casa, ma naturalmente il tempismo di Zelena era da sempre perfetto, quando si trattava di rovinare i programmi di Regina. Quel primo incontro, tra Zelena e Emma, non era stato dei migliori. Non era andato male, ma nemmeno troppo bene: una parte di Emma, forse, era ancora risentita nei confronti di Zelena per aver fatto la spia con Cora Mills, tanti anni prima. E Zelena… Zelena non aveva nulla contro Emma, non personalmente. Ma era protettiva, a modo suo, Zelena. E voleva assicurarsi che Regina fosse davvero felice. Così, erano state necessarie ancora un paio di cene e qualche pranzo qui e là perché Emma dimenticasse il coinvolgimento di Zelena nella questione di Cape Elizabeth e perché Zelena si convincesse che Emma… Beh, che Emma aveva scelto Regina con la stessa convinzione con cui Regina aveva scelto Emma e che entrambe sembravano intenzionate a scegliersi ogni giorno, per il resto della vita.

Henry e Zelena, invece, erano stati tutti un’altra storia. Zelena non aveva mai avuto tanta simpatia per i bambini. E, Regina ne era convinta, ancora non ne aveva. Henry a parte. Sua sorella gli stava insegnando la magia, ora. Il che consisteva principalmente in semplici trucchi da prestigiatore con qualche monetina e un paio di fazzoletti. Dopo ogni visita di Zelena, Henry mostrava quello che aveva imparato a lei e a Emma e questo era uno dei momenti che Regina preferiva, in assoluto. E non erano solo gli sguardi complici che lei e Emma si scambiavano, fingendo di non essersi accorte del trucco di Henry, che aveva ancora molto su cui lavorare riguardo alla propria gestualità. Era il modo in cui Henry le afferrava la mano e la faceva sedere accanto a Emma e diceva «tu e la mamma» e pretendeva coccole e abbracci da entrambe, quando il trucco gli riusciva (o quasi). Regina e Emma e Henry. Loro tre. Insieme. Perché Henry non ci aveva messo molto, ad accorgersi che Regina non era solo un’amica della mamma. E ora, ogni sera, Henry voleva la buonanotte di Emma, ma anche di Regina e, quando Regina non era da loro o loro non erano da Regina, si raccontavano la giornata con una videochiamata. E se Emma proponeva a Henry di andare al parco o al cinema, Henry diceva sempre «sì, mamma, chiama ‘Gina! Non possiamo andare senza di lei» e prendeva sempre le mani di entrambe quando camminavano per strada.

E quando, a scuola, gli chiesero di scrivere un tema sulla sua famiglia, Henry raccontò della sua mamma, che sorrideva sempre e gli voleva tanto bene e che non sapeva cucinare, ma che non importava, perché ora c’era ‘Gina e tutto andava «supermeglissimo» e lui era il bambino più fortunato del mondo, ad avere la sua mamma e la sua ‘Gina.

Regina sorrise, guardando Henry che correva nel salotto della casa di Cape Elizabeth, gli occhi lucidi per tutto… per tutto l’amore che provava per lui e per Emma.

E per la loro famiglia.

 

 

***

 

 

«Ah, trascorrere il fine settimana di San Valentino tutti insieme… Non avresti potuto avere un’idea migliore, Emma» cinguettò Mary Margaret, con un sospiro di contentezza.

«Come no» fece Emma, scuotendo la testa.

Erano tutti quanti seduti a tavola. Davvero tutti, constatò Emma. Regina era accanto a lei e stava servendo le lasagne appena uscite dal forno. Emma si era offerta di aiutarla, ma naturalmente Regina non avrebbe mai lasciato che qualcuno toccasse le sue preziose lasagne, nemmeno per servirle. Emma una volta le aveva chiesto dove avesse trovato il tempo per imparare a cucinare tanto bene e Regina aveva minimizzato. Era stata Zelena a dirle che Regina cucinava quando era stressata, soprattutto di notte, e che svegliarsi con il profumino di una torta alle mele appena sfornata era meraviglioso, ma tremende erano le mattine degli anelli di cipolla o del pollo fritto.

Naturalmente, Henry era seduto tra le sorelle Mills e non faceva che chiedere a Zelena di fare le facce, ora triste, ora arrabbiata, ora felice. E, Emma doveva ammetterlo, Zelena e la recitazione andavano decisamente d’accordo. Davanti a sé, Emma aveva August, che fissava le lasagne di Regina con tanto desiderio che Emma non si sarebbe stupita nel vedere della bava colare dagli angoli della sua bocca. Non che Ruby fosse meglio. Si erano decisamente trovati, August e Ruby.

Ed era con lo stesso trasporto con cui August e Ruby guardavano le lasagne, che Mary Margaret e il professor Nolan, meglio, David, si guardavano l’un l’altra, seduti di fronte a Henry e Zelena. Ed era tutta colpa loro, se la casa dei Mills a Cape Elizabeth era stata invasa in quel freddo febbraio.

Comunque, Regina sosteneva fosse tutta colpa di Emma.

Ma Emma non aveva fatto niente, davvero. Non quella volta.

Aveva solo detto a Mary Margaret che avrebbe passato il fine settimana con Regina e Henry, a Cape Elizabeth, e che le sarebbe piaciuto mostrare il posto anche a lei. «Oh, Emma, ma certo, io e David saremo più che felici di venire con voi! Anzi! Splendido! Suppongo che ci saranno anche Ruby e August, no?»

«No!» avrebbe dovuto dire Emma. «Come no» aveva detto invece. E così aveva scoperto che Mary Margaret non sapeva cogliere il sarcasmo.

Zelena, invece, era lì perché Zelena era come il prezzemolo e tra lei e Henry, Emma e Regina stavano vivendo una seconda adolescenza insieme, ben più felice della prima, costrette a sgattaiolare qui e là e ad approfittare del poco tempo che riuscivano a ritagliarsi per loro due soltanto. Emma era convinta di essere vittima di una maledizione. E, interrogata da Regina circa gli effetti di questa maledizione, Emma le aveva risposto che era stata lanciata appositamente per mettere loro i bastoni tra le ruote e che il responsabile non era altri che Regina, già, perché l’attesa aumenta il desiderio e Regina voleva che la signorina Swan fosse pazza di lei e lei soltanto. «Come se mi servisse una maledizione, per questo» le aveva fatto notare Regina. E Emma non se l’era sentita di contraddirla.

Ma qualcuno le aveva maledette, di certo, di questo Emma era certa. E lo provava il fatto che una sera, mentre erano nell’appartamento delle sorelle Mills, erano state interrotte persino dalla signora Mills, che si era presentata a casa di Regina senza preavviso. L’unico motivo che aveva impedito a Emma di urlare in faccia tutto quello che pensava di lei, era stata Regina. L’ultima cosa di cui Regina avrebbe avuto bisogno, in quel momento, sarebbe stato che la sua fidanzata venisse alle mani con sua madre, perciò Emma si era limitata a starle vicino, una mano intrecciata alla sua, lo sguardo pieno di amore nei suoi confronti. La signora Mills non aveva accettato di buon grado che nessuna delle sue figlie avesse passato il Natale con lei, quell’anno. Né, tantomeno, aveva accolto Emma a braccia aperte. E si era assicurata di ricordarlo, a Regina, che la stava deludendo, che non era questo, che si aspettava da sua figlia, che era molto addolorata, che- Che altro, Emma non lo avrebbe mai saputo, né ci teneva a saperlo, perché la signora Mills era stata interrotta da Zelena, rientrata in casa in quel momento con Henry dopo essere andati a mangiare un gelato. Zelena si era lasciata sfuggire un appellativo molto colorito, per la signora Mills. E ora Henry era convinto che la mamma di Regina fosse una grande, gigantesca struzza con la testa piena di menta.

Già.

Emma e Regina raramente lasciavano Henry da solo con Zelena.

 

 

***

 

 

L’aveva fatto di proposito, Regina.

Emma lo sapeva, che Regina l’aveva fatto di proposito.

E, forse, era stato un po’ crudele, ma certo non poteva biasimarla, perché per la prima volta da giorni, Emma e Regina e Henry erano soli, all’ombra del faro di Cape Elizabeth, il mare d’inverno che lambiva i sassi e il cielo d’infinito azzurro sopra di loro. Faceva freddo, ma mentre tutti gli altri erano crollati addormentati a causa del sonno indotto dalle generose porzioni di lasagne servite da Regina, loro ne aveva approfittato per una passeggiata e le gambe li avevano portati lì, dove Emma e Regina si erano conosciute per un soffio di vento.

«Sapevi che io e Henry non avremmo avuto problemi, con le tue lasagne. Siamo allenati. E abbiamo un talento naturale» disse Emma, seduta accanto a Regina, che teneva Henry in braccio.

«Non so di cosa stai parlando, Emma» fece Regina, stringendosi nelle spalle. «Siamo solo molto fortunate ad essere soli per qualche ora. Finalmente».

Emma alzò gli occhi al cielo, pronta a ribattere, quando suo figliò si intromise.

«’Gina?»

«Sì, tesoro?» fece Regina, stringendo dolcemente la presa su Henry. Ed era come se Regina stringesse il cuore di Emma tra le mani, ma senza farle male, come per proteggerlo. La coglieva sempre una leggera aritmia, quando vedeva Henry e Regina insieme, come se il suo cuore non sapesse in che altro modo gestire tutto quel… tutto quell’amore.

«Chi è Henry Mills?» domandò il ragazzino. Emma lanciò uno sguardo a Regina, vide gli occhi lucidi della donna. «Perché lo chiedi, ragazzino?»

Henry si strinse nelle spalle. «Era scritto sotto la foto di un signore. Lo so che c’era scritto così, perché il mio nome lo so leggere e anche il tuo e quello di ‘Gina. E c’era il mio nome, ma non il mio cognome. C’era quello di ‘Gina».

Regina diede un bacio tra i capelli di Henry. «Era il mio papà, tesoro» rispose, dolcemente, la voce appena tremante.

«E si chiamava Henry come me?»

Regina annuì soltanto.

«E perché?»

«Oh, perché le coincidenze-»

«-non esistono» si intromise Emma, interrompendo Regina.

«Le coincicosa?» fece Henry, confuso. Regina sorrise. «Coincidenze» ripeté.

«Coincicenze».

«Co-in-ci-den-ze».

«Coicichenze».

E Emma avrebbe davvero, davvero, voluto ridere.

«No, aspetta, un pezzettino alla volta, Henry. Co…» fece invece Regina, con un sorriso.

«Co…»

«Coin…»

«Coin…»

Ma un’improvvisa folata di vento li sorprese, portandosi via il capello di Regina.

«Lo prendo io!» esclamò subito Henry, liberandosi dall’abbraccio di Regina per inseguire il capello portato lontano dal mare.

«’Sta attento a dove metti i piedi, ragazzino!» urlò Emma.

«Non correre così, Henry! Non mi piace nemmeno, quel cappello!» fece Regina.

«Ehi!» protestò Emma, indignata. «Te l’ho regalato io, quel cappello!»

«Ed è l’unica ragione per cui non solo non gli ho dato fuoco, ma lo porto con orgoglio» rispose Regina, sporgendosi per dare un bacio a fior di labbra a Emma. «Ma cosa intendevi, prima? Non è una coincidenza, che Henry si chiami come mio padre..?».

Emma scosse la testa. «Nah. L’ho chiamato Henry in onore di tuo padre».

«Cosa?»

«Tuo padre… Lui scoprì quello che era successo. Io ero già a Boston. Mi trovò. Ci trovò. Henry non era ancora nato, ma… la mia pancia era gigantesca».

Regina le sorrise, teneramente.

«Non mi chiese nulla e non voleva nulla da me. Suonò alla nostra porta e io aprii appena, senza togliere la catenella. Ero spaventata, non sapevo chi fosse. Ma disse solo che lui conosceva me, anche se io non conoscevo lui, e che gli dispiaceva. Si scusò. Capii chi fosse solo quando mi sorrise, anche se era un sorriso triste. L’hai preso da tuo padre, il sorriso».

Emma asciugò una lacrima dal viso di Regina.

«Fu tuo padre a chiedere a Geppetto di assumere August. E poi me. Garantì lui per entrambi. Non lo rividi mai più, anche se qualche mese dopo arrivò un pacco… Non c’era il mittente, perciò non sono sicura lo abbia spedito tuo padre. Ho sempre sospettato, però… C’era solo un libro, dentro. Molto pesante, rilegato in pelle. Decisamente costoso, il titolo è in lettere d’oro-»

«C’era una volta».

«Sì… Era da parte di tuo padre, allora?»

Regina annuì. «Sì. Sia io sia Zelena ne abbiamo uno. E le pagine sono vuote, non è vero?»

«Già…».

«Mio padre diceva che ognuno è l’autore della propria storia».

Emma sorrise. «Non l’ho mai mostrato a Henry. Il libro, dico. Aspettavo che il ragazzino crescesse… Forse… Potrai farlo tu, ti va? Quando sarà abbastanza grande. E spiegargli a cosa serve e raccontargli di tuo padre e dirgli che… Dirgli che porta il suo nome perché fu la prima persona a…» e Emma si schiarì la voce, accarezzò la guancia di Regina. «A capire che mi ero innamorata di te. E che ti avrei amata per il resto della mia vita».

«Oh, Emma-»

«’Gina!» urlò Henry, raggiungendole in quel momento, trionfante, con il cappello di Regina in mano. «L’ho pres- Perché piangi, ‘Gina?! Ti fa male il pancino? Hai mangiato troppe caramelle?».

«Oh, no, Henry, tesoro, vieni qui» disse Regina, sorridendo e abbracciando stretto Henry a sé, prima di allungare il braccio per stringere anche Emma. «Anche io» le bisbigliò poi, nell’orecchio.

E Henry trovava tutto alquanto curioso e non capeva proprio cosa stesse succedendo. Solo che ci stava bene, lui, abbracciato alla mamma e a ‘Gina e che si sentiva il cuore caldo caldo.

Ancora Henry non lo sapeva, che sarebbe sempre stato così, con loro. Che avrebbe sentito il cuore caldo caldo per il resto della sua vita, ogni volta che la mamma e ‘Gina lo avrebbero abbracciato: il primo giorno di scuola, la prima delusione d’amore, la prima vacanza da solo con gli amici, ad ogni partenza per il college ed ad ogni ritorno, il giorno del suo matrimonio e alla nascita della sua prima figlia. Ma anche ogni mattina, prima di uscire di casa e ogni sera, prima di andare e dormire.

Erano Emma e Regina con tutto il loro amore, a rendere cuore di Henry caldo caldo.

Era la loro famiglia, quella, una trama dai mille intrecci, qua e là sfilacciati, qualche pezza e un paio di strappi. E forse non era la trama più bella del mondo, d’accordo. Ma l’avevano tessuta loro, insieme, tra punti mancati e meravigliosi ricami.

Andava bene lo stesso, sì.

Anzi, andava «supermeglissimo».

Henry lo scrisse proprio così, nel suo C’era una volta.