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Don't you ever stop

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~ Don’t you ever stop ~

01 – Kuroi asa, shiroi yoru

 

 

Yuta quella sera si sentiva felice.

Non era qualcosa di cui si sarebbe dovuto stupire così tanto, e quasi gli dispiaceva essere costretto a sorprendersi.

Quando Kame gli aveva telefonato quel pomeriggio, chiedendogli se gli andasse di cenare insieme, ricordava di aver avuto in viso un’espressione così beata che Taisuke gli aveva chiesto se per caso non avesse provato qualche tipo di droga.

Aveva riso di fronte all’umorismo così poco sottile del compagno di gruppo, laddove invece normalmente si limitava ad arrossire.

E aveva continuato ad essere di buonumore per tutto il giorno, e per tutta la durata della cena.

Kame gli aveva raccontato che cosa avesse fatto durante la giornata, partendo subito con uno sproloquio sulle riprese del film di Yokai Ningen Bem, con l’unico risultato che era stato pressoché l’unico a parlare per tutta la durata della cena.

Ma a Yuta non importava, non più di tanto.

Non era mai stato un tipo particolarmente loquace, per cui non poteva che ringraziare il trovarsi con qualcuno che invece lo era, e che lo salvasse da imbarazzanti silenzi dai quali non sarebbe riuscito ad uscire.

E poi c’era da considerare il fatto che sarebbe rimasto anche ore fermo ad ascoltare Kazuya parlare.

C’era qualcosa di... ipnotico, in lui.

Quel suo lieve gesticolare, il tono di voce concitato, l’espressione quasi sorniona che assumeva quando raccontava qualcosa che l’aveva divertito.

Per quanto Tamamori si trovasse adolescenziale nel doverlo ammettere con così tanta franchezza, era innamorato del più grande.

Lo era sempre stato, da quando un’adolescente lo era davvero, e quando si era reso conto che erano così vicini, che l’altro era così a portata di mano, quasi aveva avuto difficoltà a credere di poter avere anche solo una possibilità.

Era felice, Yuta.

Lo era stato per un po’ di tempo, e di tanto in tanto capitavano giornate come quella in cui lo era davvero.

Anche se lo scenario non era sempre dei migliori, non era sempre come quello che un ragazzino innamorato si poteva figurare.

Sapeva di aver preso Kazuya nel momento sbagliato, sapeva che la loro vicinanza dipendeva da qualcosa di più grande di entrambi, ma si era deciso a suo tempo a non fare marcia indietro in attesa di una migliore occasione che sarebbe potuta non arrivare mai.

E ora che era lì, esattamente dove avrebbe voluto sempre essere, si rendeva conto di quanto Kamenashi fosse fin troppo bravo nel fugare i suoi dubbi proprio nel momento in cui nascevano, come se lo presagisse e corresse immediatamente ai ripari.

Come quella sera.

Tamamori raramente ricordava che fosse stato il più grande a prendere l’iniziativa e ad invitarlo fuori a cena.

Uscivano insieme a tutti gli altri, certo.

Quando erano da soli, era Yuta che lo chiamava, superando il proprio imbarazzo e facendo quasi il vago, quando gli chiedeva di vedersi.

Oppure rimanevano in casa.

Non di rado Kazuya lo chiamava, gli chiedeva di raggiungerlo con quel tono fra il lamentoso e il lascivo al quale sapeva che il più piccolo non avrebbe detto mai di no.

E Yuta non lo smentiva.

Era questa la ragione per cui era stato così di buonumore per tutto il giorno, era perché Kame aveva preso l’iniziativa, e che non fosse per sesso o per non rimanere da solo, ma proprio perché aveva voglia di stare con lui.

Dopo cena si incamminarono verso casa del più grande, non lontana dal sushi bar in cui avevano mangiato, e la loquacità di Kame parve solo allora affievolirsi, lasciandoli in un silenzio tutt’altro che spiacevole.

Si sentiva rilassato, Yuta.

Avrebbe tanto voluto che quel momento durasse in eterno, avrebbe voluto rimanere lì per le strade di Tokyo che gli erano così familiari, sentendo accanto a sé la presenza di Kazuya e facendosela bastare.

Ma arrivarono di fronte al portone di casa sua, e lui presagì come qualcosa di sbagliato, come una sensazione di disagio che lo coglieva fin troppo spesso vicino o dentro quella casa.

Come se si attaccasse ancora di più a quel senso di felicità perché conscio che sarebbe passato presto.

Ma non disse niente a Kame, non lo faceva mai.

Lo seguì dentro, come un condannato segue il boia al patibolo.

 

***

 

Yuta lo sentiva muoversi dentro di lui, e si sentiva come drogato da quella sensazione.

Come la prima volta che l’aveva provata, pensava che non avrebbe mai avuto abbastanza.

E provava ancora le medesime emozioni, come un ragazzino inesperto fra le braccia del suo sogno adolescenziale che spera sempre essere reale, come se non riuscisse a capacitarsi di aver ottenuto quello che aveva sempre desiderato.

Era questo Kazuya per lui.

Era qualcosa che aveva sempre osservato da lontano fino a che non se l’era ritrovato di fronte e non si era reso conto che non era poi così irraggiungibile, che quello che era sempre stato solo un sogno poteva diventare invece qualcosa di tangibile, di reale.

Era questo che sentiva, Tamamori.

Si stringeva con le mani a quella schiena, contro quella pelle sudata, mentre il più grande spingeva i propri fianchi contro di lui in un moto perpetuo, gemendo all’altezza del suo orecchio, toccandolo, accarezzandolo, graffiandolo.

Facendolo sentire vivo.

Yuta fece del suo meglio per raggiungere l’orgasmo prima di lui, e a dire il vero non dovette nemmeno sforzarsi troppo.

Rimase poi disteso su quel letto, quasi inerte, mentre il più grande continuava a muoversi, sempre con maggiore foga e trasporto, fino a quando non riconobbe i segni, fino a che non vide che l’altro stava per perdere il controllo.

Chiuse gli occhi, e si preparò alla sua dolorosa routine.

Jin” lo sentì gemere, mentre veniva dentro di lui.

Sperava sempre che non accadesse, ed erano rare le volte in cui Kamenashi riusciva a smentirlo.

Era quello il momento che tanto temeva, il momento in cui si risvegliava dal suo bel sogno e la realtà stessa si tramutava in un incubo.

Lo sapeva quello che si portava Kame alle spalle, sapeva quello che significava stare con lui e ne aveva accettato tutti i rischi, ma questo non significava che non gli venisse voglia di piangere ogni volta che il più grande pronunciava un nome che non era il suo.

E lo faceva senza pensarci, senza rendersene effettivamente conto, e Tamamori non gliene aveva mai parlato.

Si limitava a sorridergli stentatamente, a stringersi contro il suo corpo, a chiudere gli occhi e ad immaginare che Akanishi Jin non fosse mai esistito.

Avrebbe voluto estirpare quella presenza dalla vita di Kame, quell’ombra che si portava dietro, quella violenza che l’altro gli aveva instillato nel cuore in maniera apparentemente indelebile, che gli impediva di dimenticarlo, di andare avanti.

Ogni notte ci provava, e ogni notte veniva messo di fronte al proprio fallimento.

Come da copione, Kazuya gli si stese di fianco, afferrandolo per la vita e stringendolo contro di sé, affondandogli il viso nell’incavo del collo, respirando il suo odore, ignaro di quanto aveva appena detto.

E Yuta si crogiolò in quella stretta come se fosse reale, come se fosse lì che Kamenashi voleva essere, come se in realtà non avesse continuato per tutto il tempo a pensare ad un altro.

Lo odiava. Odiava Akanishi, odiava la sua presenza nel cuore di Kame, odiava il fatto stesso di non riuscire a liberarsene.

E gliel’avevano detto, gli avevano detto tutti che era inutile che anche solo ci provasse, che Kazuya non l’avrebbe mai dimenticato, che per lui era come una malattia.

E non li era stati a sentire, perché ancora ci credeva, perché era convinto che dovesse pur significare qualcosa se tutte le sere dormiva in quel letto, che non fosse solo perché Jin ormai era uscito fuori dalla portata di Kame, che ci doveva essere qualcosa di più in quello che l’altro cercava da lui.

Erano parole che si ripeteva giorno dopo giorno, come un mantra, incapace di smettere perché sapeva che nel momento in cui l’avesse fatto, allora si sarebbe arreso di fronte all’evidenza.

Si strinse ancora di più contro di lui, respirando il suo odore, saggiando la consistenza della sua pelle, e poi chiuse gli occhi.

“Ti amo, Yuta” mormorò il più grande, con quel tono assonnato che indicava che si sarebbe addormentato di lì a pochi minuti.

Tamamori non gli rispose, né gli credette.

 

***

 

“È inutile Tama, lo sai anche tu no?”

Yuta stava sistemando le proprie cose dopo le riprese dell’Hamakisu.

Sperava sempre di fare in fretta abbastanza, ma chissà come Fujigaya quel giorno non si era lasciato battere sul tempo.

E ora gli si era seduto vicino, osservandolo con quell’aria quasi materna che lui aveva imparato a temere e quasi a disprezzare, perché sapeva già che cosa gli avrebbe detto e sapeva anche di non volerlo stare a sentire.

“Cosa è inutile, Taipi?” gli chiese, svogliatamente.

“È inutile che continui ancora a provarci. Vi siete visti ieri, no? Com’è andata?” chiese, con il tono di chi sapeva esattamente la risposta alla propria domanda.

Tamamori arrossì violentemente, chinando lo sguardo sul pavimento.

“È andata bene. E non capisco assolutamente a cosa tu ti riferisca dicendo che è inutile” bofonchiò, riprendendo poi a cambiarsi e tentando invano di ignorare il più grande.

“Oh certo, è andata bene. Dev’essere per questo che è tutto il giorno che vai in giro con un’espressione depressa” gli rispose sarcastico, e quando l’altro non commentò questa sua ultima affermazione sospirò, andandogli più vicino. “Yuta, non lo dico perché mi diverto. Voglio solo che tu non ti faccia del male più di quanto non stia già facendo.”

Il più piccolo si tirò su, voltandosi a guardarlo in cagnesco.

“Si può sapere per quale ragione siete tutti convinti che io stia male con Kame? Perché aspettate tutti che faccia o dica qualcosa che mi ferisca?” cercò di tenere a bada l’irritazione insieme al tono di voce, non volendo farsi sentire dagli altri. “È possibile che né tu né gli altri riusciate nemmeno a prendere in considerazione l’idea che io e lui possiamo anche stare bene insieme, senza che sia necessario che io soffra?” aggiunse, mordendosi poi un labbro e finendo velocemente di prepararsi.

Afferrò poi bruscamente le sue cose e fece per andarsene, cercando di fare il più in fretta possibile.

Fu del tutto inutile. Non aveva fatto che poche decine di metri, che sentì dei passi alle proprie spalle.

Non cercò nemmeno di andare più velocemente. Semplicemente si fermò e attese, fino a quando Fujigaya non gli fu di fronte.

“Non hai risposto alla mia domanda, Tama” gli fece notare soltanto.

Il più piccolo trattenne il respiro per qualche secondo, lasciandosi tentare dalla voglia di Taisuke di starlo a sentire.

Ma alla fine, desistette.

“Sono stanco, Taipi. Non mi va di parlarne” gli disse soltanto, riprendendo a camminare.

Questa volta l’altro non lo seguì.

Avrebbe davvero voluto dirgli qualcosa. Avrebbe voluto dirgli che aveva ragione, che quella situazione si era fatta ormai insostenibile, che non riusciva a dormire bene da settimane e che non riusciva a mangiare senza poi sentire la nausea subito dopo.

Che si sarebbe ammalato, a lungo andare.

Ma non gli avrebbe detto niente di tutto questo, perché avrebbe significato sentirsi dire che l’unica soluzione era smettere di vedere Kame, e lui non era pronto.

Non aveva ancora raggiunto la soglia di sopportazione del proprio dolore.