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Lezioni di Seduzione

Chapter Text

 

 

Aveva preso un
aereo. Lui, che da quando era poco
più di un bambino non aveva più messo piede su
uno di quegli aggeggi con le
ali, aveva preso un aereo. Per lei.

Appena il nonno gli aveva dato la sua benedizione, Ryo era corso all’aeroporto, perché sapeva che sarebbe stato molto più veloce che prendere un treno e poi un battello, ma il volo era stato un inferno. Era sudato fradicio, era quasi certo di puzzare come un maiale ed era stato talmente teso, nemmeno fosse stato una corda di violino, che non c’era un solo muscolo del corpo che non gli facesse male, ma era stato necessario. Doveva vederla, subito- il nonno aveva avuto ragione, era ora che la smettesse di fare quello che ci si aspettava da lui, fare tutti i passi giusti, e inseguisse quello che voleva davvero- una vita, con lei, che voleva iniziasse il prima possibile.

Quindi, niente treno e battello, ma lo stramaledetto aereo.

Corse giù per la scaletta e si infilò nel terminal passando davanti a tutti, dando strattoni a destra e manca per guadagnare terreno, fregandosene di aver perso una delle borse in cui aveva infilato quattro stracci in croce- non gli importava nulla, doveva sbrigarsi, andare da lei prima che fosse troppo tardi, che cambiasse idea e decidesse che dopotutto sposare Mick era quello che voleva in fondo al cuore.

Col cavolo, lei è mia! Ryo ringhiò a denti stretti, mentre strappava dal sedile passeggero di un taxi una graziosa signorina che, in una vita passata, avrebbe volentieri invitato a cena, nella speranza di accompagnarla poi nella sua camera da letto. Ma quella, era un’altra vita- forse quello era addirittura un altro uomo. Kaori lo aveva cambiato- lo aveva curato con quel dolce balsamo che era la sua compagnia, la sua semplice presenza, e come una droga gli era entrata dentro e adesso lui non poteva più farne a meno.

Ryo non voleva farne a meno, né aveva la benché minima intenzione di permettere ad un altro uomo- non importava quanto innamorato o meraviglioso che fosse- di prendere il suo posto. Ma prima, doveva fare ancora una cosa- compiere un ultimo gesto per mettere in chiaro le cose e liberarsi la coscienza. Sbraitò un indirizzo all’autista, che strinse i denti tremando come una foglia davanti all’abbaio feroce di quell’uomo, massiccio e cupo, che sembrava non preannunciare nulla di buono. Partì in quarta, preferendo per una volta fare raggiungere al suo passeggero la destinazione il prima possibile, piuttosto che allungare la strada per guadagnare qualche Yen in più.

Appena la piccola utilitaria gialla frenò, inchiodando, Ryo lanciò un rotolo di banconote nel sedile davanti, senza badare che fosse abbastanza o avesse diritto a del resto; scese a rotta di collo dal veicolo e, vedendo le luci accese in casa, si fiondò dalla veranda, dove sapeva che la porta sarebbe stata aperta, per non perdere tempo.

Spalancò, rabbioso e nervoso, la porta-finestra, digrignando i denti e sbraitando, con tanto di bava alla bocca, quando annunciò la sua presenza. “Dobbiamo parlare!”

“Eh?” Gli occhiali scivolarono sul naso del suo amico, e le bacchette che Saeko aveva in mano rimasero a mezz’aria, con tanto di chicchi di riso che cadevano nella ciotola, davanti allo spettacolo del loro amico infervorato- l’amico che si presupponeva fosse tornato a Tokyo per starci, cambiare lavoro e magari pure mettere su famiglia.

L’unico che sembrava trovare in qualche modo comica la scena era il piccolo Haru, che con un lieve sorriso su quella delicata boccuccia allungava le braccia verso il suo padrino, come in un implicito gesto di richiesta di coccole e giochi.

La coppia di sposini aprì contemporaneamente la bocca per richiedere spiegazioni, ma un gesto a dir poco inaspettato da parte del loro ex collega li colse di sorpresa congelandoli all’istante.

Ryo, senza aggiungere una sola parola, si era messo in ginocchio, inchinandosi davanti al suo migliore amico, ancora un po’ rigido per le fasciature che aveva ancora alla vita. Era una scena tanto inaspettata che Saeko si dovette mordere le labbra per non scoppiare a ridere- perché, come il protagonista di un vecchio spot, Ryo era il tipo di uomo che non doveva chiedere, mai, eppure eccolo lì, l’integerrimo poliziotto tutto d’un pezzo, che supplicava il suo migliore amico, che guardava la moglie in silenzio, con uno sguardo che sembrava chiederle: ma tu, ci capisci qualcosa? 

Col sorriso sulle labbra- un sorrisetto un po’ malizioso che sembrava suggerire che sì, lei, qualcosa ci capiva, ma non aveva la benché minima intenzione di perdersi la scenetta di Ryo che parlava per una volta nella sua vita di sentimenti a cuore aperto, scrollò le spalle con finta indifferenza.

Per lunghissimi, interminabili momenti permeati da un carico silenzio, Maki guardò il suo amico che, genuflesso, stringeva i denti e sudava nonostante il fresco, e Saeko ed il suo piccolo si godevano la scena, aspettando che capitasse qualcosa- e che Ryo gettasse la proverbiale bomba su quell’anima innocente che era l’uomo che si era scelta per la vita.

“Uhm… Ryo… hai intenzione di startene zitto e inginocchio ancora per molto? Perché, non che abbia molto altro da fare, ma, sai…” Maki fece un sorrisetto, e si diede una grattata al collo. “Beh, mi stai mettendo un po’, come dire, a disagio.”

Ryo alzò il capo dal pavimento, su cui aveva  appoggiato la fronte, e guardò Maki, continuando a non parlare, mentre l’amico lo guardava con fare interrogativo, alzando giusto un sopracciglio per sottolineare la sua impazienza.

Beh , sembrava dire, ti vuoi decidere?

Ryo ingoiò a vuoto, e gli occhi gli uscirono dalle orbite quando sbraitò finalmente quello che voleva dire da giorni, se non forse da settimane, se non di più- sinceramente, il suo cuore e la sua mente erano così incasinati che non capiva più nulla e aveva perso ognuna delle sue certezze.

“VOGLIO IL TUO PERMESSO PER CHIEDERE A KAORI DI SPOSARMI!”

Memore della bravura di Maki coi coltelli, consapevole che quei coltelli erano in quella stessa stanza e a portata dell’amico, e che comunque, anche coi pugni il ragazzo ci sapeva fare, come aveva purtroppo appurato sulla sua pelle, Ryo si fece piccolo, piccolo, andando a schiacciarsi contro il muro in fondo alla sala. Saeko scoppiò a ridere, tenendosi la pancia tanto la situazione era esilarante e pazza, mentre suo marito fissava Ryo come se avesse davanti il più grosso cretino sulla faccia della terra. Ma davvero il suo amico era uno dei migliori poliziotti di Tokyo, se non del Giappone?

Maki guardò la sua sposa, come per chiederle se Ryo ci fosse o ci faceva.

Lei, di nuovo scrollò le spalle, così Maki si voltò verso Ryo, e, incrociando le braccia, alzò gli occhi al cielo, sospirando.

“Mai hai sentito quello che ho detto? Ti ho detto che voglio chiedere a Kaori di sposarmi!” Sbraitò Ryo. Maki si dovette togliere gli occhiali, e, sospirando, li pulì  col polsino della camicia. Il cretino, come a volte chiamava il suo caro amico, gli aveva praticamente sputacchiato addosso, nella foga di professare (a lui) i suoi sentimenti per Kaori.

“Sì, e allora?” Gli domandò, del tutto indifferente, neanche avessero parlato del tempo. Ryo lo fissò imbambolato, indicandolo con un dito, e di nuovo Maki si chiese se il suo amico ci fosse o ci facesse. “Bah, c’è altro?”

“Ma… ma io… e Kaori…” Ryo balbettò, bianco come un cadavere.

“Sì, sì, lo so, lo so, tu ami lei e lei ama te.” Maki ringhiò, leggermente spazientito. “E allora? Perché lo vieni a dire a me e non a lei?”

Le sopracciglia di Ryo si alzarono talmente tanto che gli arrivarono ai capelli, tanto era… stupefatto. “In che senso lo sai? Non lo sapevo nemmeno io fino a un mese fa!”

Maki sospirò. Sì. Ryo era un cretino e tutti quei casi risolti brillantemente non erano altro che una botta di culo. Non c’era altra spiegazione. “Avrò pure gli occhiali ma non sono del tutto cieco, deficiente. È da quando siamo ragazzi che ti comporti come uno di quei bimbetti che tira le trecce della compagnia d’asilo per attirare la sua attenzione, e Kaori? Lei era così cotta di te che ti girava sempre intorno anche se tu facevi il deficiente!”

“Eh?” Ryo si limitò a dire, prima di comprendere che forse emettere solo suoni non era questa grande genialata, e che fosse il caso di provare a dire qualcosa di intelligente. O che perlomeno facesse capire all’amico che era un essere umano senziente e non un babbuino. O un pappagallo.

Maki sghignazzò, a braccia incrociate, godendo di poter, per una volta, avere la meglio sull’amico, impareggiabile detective. “Guarda Ryo che secondo me tu di mia sorella ti sei innamorato ancora prima di incontrarla… io ti parlavo di lei e tu pendevi dalle mie labbra, e poi, eri sempre a chiedermi di lei, come stava, cosa faceva. E quando l’hai vista per la prima volta al parco…” gli diede una pacca sulla schiena, ridendo a crepapelle. “Oh misericordia, avresti dovuto vederti! Sembrava che ti stessi castrando da solo perché lei era più giovane di te… cioè, dai, lo so che le avevi fatto quella battuta del travestito perché non volevi far vedere che eri innamorato perso di una ragazzina di sedici anni, a quella cazzata ci ha creduto giusto Kaori! E vogliamo parlare della volta che è scappata e tu me l’hai riportata a casa? Lei ti si stringeva addosso e tu eri più teso di una corda di violino e continuavi a dirmi non è successo niente Maki, giuro!

“Ma… ma… lei, cioè, quando ci siamo incontrati lei aveva solo sedici anni…. E noi quasi venticinque…” Ryo batté le palpebre, ancora incapace di seguire il discorso del suo amico o credere a cosa gli stesse dicendo. “E poi, dicevi sempre che non avresti mai dato la sua mano a nessuno….”

“Ma perché, secondo te Kaori ascolterebbe anche una sola parola di Maki in proposito?” Saeko intervenne, a malapena soffocando le risate. Gli uomini la fulminarono, così lei si zittì, e con aria colpevole, alzò le mani in alto in segno di resa e scusa.

“A parte che Saeko non ha torto e non spetta certo a me decidere cosa Kaori possa fare e con chi, come mi sembrava di averti già accennato, testone. E comunque,” Maki sospirò, fissando Ryo. “Io è da prima che mi sposassi che provo a indirizzarti in quella direzione, testa di rapa. Saeko aveva pure messo Kaori come sua damigella d’onore perché tu eri il mio testimone e speravamo che voi due vi decideste a combinare qualcosa invece di scassare l’anima a noi su quanto non vi potevate sopportare, e invece cosa avete fatto? Avete passato il tempo a litigare e quasi mi avete mandato a monte le nozze! ”

“Eh?” La bocca di Ryo era talmente aperta che temeva la mascella si sarebbe staccata dalla sua faccia. Aveva capito bene? Maki aveva sperato che Ryo si facesse la sua sorellina cosicché capissero di essere innamorati? Sul serio? Ma era normale, quel tipo? Non che all’epoca non ci avesse pensato, però lei si era messa sulla difensiva quando lui aveva detto di non averla riconosciuta, credendo che la stesse prendendo per i fondelli, che fosse una battuta… quando era tutt’altro.

Ryo detestava le feste di fidanzamento. Detestava i matrimoni ed i fidanzamenti in generale, ma le feste di fidanzamento erano ancora peggio, con tutti quegli ipocriti e quei falsi bugiardi che facevano auguri a profusione, parlavano di amore eterno e poi, alle spalle delle compagne, frequentavano locali pieni di spogliarelliste e prostitute, o magari si facevano la segretaria, che aveva l’età delle loro figlie, a cui magari davano ancora il bacio della buona notte.

Lui, di sposarsi, non ne aveva la benché minima intenzione, e l’unico motivo per cui era a quella dannata festa quella sera era il fatto che Maki gli aveva praticamente ordinato di fargli da testimone- e lui non era in grado di rifiutare qualcosa a Maki, il suo migliore amico. O alla futura sposa, la bella Saeko.

Con le mani incrociate dietro alla testa, Ryo dondolava sulla sedia, guardandosi attorno svogliatamente, quando un lampo rosso colpì la sua attenzione, ed iniziò a fargli ribollire il sangue nelle vene. Sorrise, predatorio, ricomponendosi, poggiando i polsi sul tavolo mentre scrutava Saeko che chiacchierava amabilmente e scherzava con un gruppetto di donne, le sue damigelle.

Reika e le altre damigelle di Saeko erano belle di una bellezza sfacciata, alcune volte addirittura artificiosa, erano vamp, seduttrici, che usavano tutte le armi nel loro repertorio, seduzione compresa. Ma non lei. Non aveva ancora visto il suo viso, ma sapeva che era di una bellezza fresca e delicata, come un fiore appena sbocciato alla luce della pallida luna, bagnato da fresche gocce di rugiada. Indossava un lungo abito senza spalline, rosa, gli strati di stoffa drappeggiati sulle sue forme suggerendole, in un erotico gioco di vedo-non vedo, tacchi da urlo dello stesso colore dell’abito che facevano sembrare ancora più lunghe quelle gambe che Ryo bramava di sentire allacciate alla propria vita. I capelli, rossi come il fuoco, erano legati in uno chignon da cui uscivano alcune ciocche ribelli- era così bella da sembrare una statua Greca. Lei era Circe, dea del giorno e della notte, che con i suoi incantesimi seduceva i cuori degli uomini, stregandoli, offrendo però al contempo un luogo sicuro tra le sue braccia.

Lei lo aveva stregato, e la voleva come non aveva mai voluto nessuna donna prima di lei- il suo era un bisogno, carnale, antico, selvaggio. Si sentiva come un assettato, che solo con un suo bacio avrebbe potuto ritrovare ristoro dopo un lungo peregrinare.

Come avesse percepito i suoi pensieri, la giovane fanciulla si voltò, ed i loro occhi si incontrarono- famelici e decisi, sicuri quelli di lui, timidi quelli di lei. Le di lei labbra rosee si socchiusero in un’espressione di sorpresa e meraviglia, mentre la sua carnagione lattea si invermigliava. C’era qualcosa in lei che lo attirava, ma aveva al contempo un nonsoché di famigliare su cui Ryo non sapeva mettere il dito.  Eppure, in quel momento, Ryo ebbe una sola certezza: prima che fosse giunta l’alba, lei sarebbe stata sua- una notte, una settimana, un mese, una vita, non importava. Solo tra le sue braccia sarebbe stato finalmente appagato e al sicuro. Lei era l’unica a cui il suo cuore avrebbe mai potuto appartenere.

“Che c’è, hai visto qualcosa che ti piace, Ryo?” Maki gli chiese, scherzoso, dandogli una gomitata nel braccio. “O forse dovrei dire qualcuno, vecchia volpe?”

“Sì,” sussurrò, col sorriso sulle labbra, incapace di staccare gli occhi da lei. “Chi è l’amica di Saeko, la rossa? Non mi dispiacerebbe invitarla a ballare, più tardi…” O magari altro. Gli sembrava di capire che fosse la damigella d’onore, e dopotutto, lui era il testimone dello sposo…. C’erano certe peccaminose tradizioni che andavano rispettate. E poi, leccandosi le labbra, moriva dalla curiosità… desiderava sapere se la ragazza fosse davvero una rossa naturale, e c’era solo un eccitantissimo modo per scoprirlo… averla nuda tra le sue braccia, arrendevole alla sua intrusione.

Maki, con lo sguardo stupito, si voltò verso la donna che da lì a pochi giorni sarebbe divenuta sua moglie, e corrucciò la fronte, alzando un sopracciglio. “Intendi mia sorella Kaori?” Disse, salutando con la mano alzata e facendo segno alle due donne di raggiungerlo. “è diventata una bellissima donna, vero? Ed è anche una cara ragazza, con un gran cuore… Eh… a volte spero che resti single a vita, sai? Non so se ci sarà un uomo abbastanza degno del suo amore…non credo potrei mai dare la mia benedizione se me la chiedessero in moglie, a meno che non si tratti di una persona davvero speciale…”

Il cuore di Ryo perse un battito a quella scoperta, e si voltò a guardare l’amico, mentre Kaori, vedendolo ormai disinteressato, si fece cupa e triste. Lui era rimasto stupito dalla trasformazione della ragazzina ribelle in quella creatura divina che lo aveva incantato. Un tempo, l’aveva ritenuta tenera, interessante, graziosa, e ricordava ancora come, la prima volta che l’aveva incontrata, la divisa scolastica facesse risaltare quelle acerbe forme femminili che a malapena erano suggerite dal rigido tessuto grigio della divisa.

Una volta, l’aveva tenuta tra le braccia, era fradicia di pioggia, così stanca che appena l’aveva presa in braccio si era addormentata. La felpa ed i jeans avevano aderito al suo corpo, e Ryo si era improvvisamente reso conto del cambiamento che stava avvenendo in lei. Con un sorriso, aveva affondato il naso nel collo, assaporando il suo profumo di vaniglia, vergognandosi subito dopo, sentendosi colpevole… lei era ancora adolescente, avrà avuto diciassette anni appena, mentre lui era un uomo fatto e finito, un rude poliziotto con la tendenza a fare il cascamorto con tutte che non usciva due volte con la stessa donna. Kaori si era stretta a lui, facendo aderire il suo morbido corpo contro il duro torace di Ryo, sospirando languida come una gattina, ed in quel momento lui ebbe la chiara sensazione che, se avesse voluto, lei si sarebbe concessa a lui senza attendersi nulla in cambio. Si detestò. Kaori era ancora innocente. Meritava di meglio di essere una delle tante, meritava qualcuno che la potesse amare sul serio, e lui non era quel genere di persona- e forse non lo sarebbe mai stato.  

Ma adesso… adesso era… era l’incarnazione di ciò che più desiderava in una donna. Kaori, la giovane donna che conosceva da quando ero ragazzina, la sorella del suo migliore, unico amico… Ryo trattenne il desiderio, e indossò la maschera di indifferenza che aveva adottato dalla prima volta in cui l’aveva incontrata.

 “Ehy, Saeko, tu e Reika avete fatto proprio un gran bel lavoro con  il cambio look di Kaori… ci crederesti che Ryo non l’aveva riconosciuta?” Maki sorrise, dando una pacca sulla spalla dell’amico, che incrociò le braccia e distolse lo sguardo quando le due donne lo raggiunsero. “Morirebbe dalla voglia di invitarti a ballare, sorellina…”

Kaori arrossì, timida, ma era chiara l’eccitazione nel suo sguardo. Ryo alzò gli occhi al cielo, sbuffando. “Certo che non l’ho riconosciuta, si è messa tutta in ghingheri… povere sorelline, chissà quanto ci avrete messo a trasformarla così, e quanta fatica!” La guardò, sornione, con quel sorriso malandrino che normalmente precedeva una battutaccia. Che arrivò, letale come una coltellata nel cuore. “Dì un po’ è la prima volta che metti una gonna ed i tacchi? Si vede proprio che non ci sei abituata… dovresti prendere lezioni da Saeko, lei sì che è una vera donna, a lei non è mai capitato di essere scambiata per un maschio per strada!”

“Non cambi mai, Saeba, sei sempre il solito cafone!” Con gli occhi gonfi di lacrime che si rifiutava di piangere, Kaori strinse denti e pugni, e si voltò,  facendo per andarsene. Tuttavia, si fermò improvvisamente, voltandosi un’ultima volta, altezzosa, superba, fiera. “E comunque, non preoccuparti, sono io che con te non ballerei nemmeno morta!”

“Guarda che io lo facevo solo per gentilezza verso tuo fratello, e perché, come testimone e damigella, sono obbligato!” Ridacchiò. Aveva ripreso a dondolarsi sulla sedia, con le dita incrociate dietro al capo, di nuovo annoiato. “Figuriamoci se io ballo di mia spontanea volontà con una virago che sembra un travestito!”

E dopo questa sua ultima uscita, Kaori se ne andò, raggiungendo un gruppo di persone che le sorrisero, e, dal suo rossore, Ryo dedusse che la stavano riempendo di complimenti. Saeko non disse nulla, si limitò a gelarlo con un’occhiata, con le mani sui fianchi, mentre Maki… Maki, quando Ryo si voltò, aveva una strana luce negli occhi, e sembrava come… divertito, soddisfatto.

“Ma si può sapere cosa ti prende? Che c’è, non sei ancora sposato ed il matrimonio ti ha già dato alla testa?”

“Nulla di che”. Ma Maki si limitò a scrollare il capo, con quel dannato ghigno soddisfatto, sembrava che sapesse qualcosa, avesse un segreto di cui nessuno era a conoscenza. “Te lo dico un’altra volta, prometto”.  

Ryo scrollò le spalle, facendo finta di nulla, ma con un sospiro languido, i suoi occhi tornarono a posarsi su Kaori. Aveva mentito: era diventata una splendida donna, Ryo ammise a denti stretti, deluso. Ma era anche la sorella del suo migliore amico… e come si diceva, con le sorelle dei migliori amici non ci si diverte… a meno di non volerle portare all’altare. E Ryo Saeba, di matrimonio, non ne voleva proprio sapere.

Maki sospirò, riportando l’amico lontano da quelle memorie, e di nuovo nel presente. Ormai era certo che in Ryo non ci fosse più alcuna traccia dell’uomo intelligente e capace con cui si presupponeva lui avesse a che fare. Era andato, partito. “Senti, Ryo, meglio te che qualche balordo di cui non mi fido o che non conosco. O qualcuno che si prenderà la mia sorellina e se la trascinerà a Lione nella sede dell’Interpol, come voleva fare Mick. E comunque, per qualche assurdo motivo, Kaori ti ama, e dato che tu la ricambi e che comunque avete questa starna chimica che vi fa funzionare… non pensi che, non so, che potrebbe funzionare? So che tu pensi sempre al bicchiere mezzo vuoto, ma i tuoi amici non sono forse tutti felicemente sposati? Quindi non vuol dire che se ti sposerai lei ti spezzerà il cuore mollandoti per forza.

“Sì, però… io sono un donnaiolo! Non esco mai due volte con la stessa donna! Se avessi una sorella non la farei mai uscire con uno come me!” Ryo sbraitò, arrossendo lievemente e andando nel panico. La testa gli stava per scoppiare, si sentiva come se improvvisamente il mondo si fosse capovolto. “E poi…. Tu mi hai preso a pugni quando l’ho baciata!”

“Andiamo, Ryo, Maki non l’ha fatto apposta. È stato il suo istinto di fratello maggiore. Ti ha chiesto subito scusa, no? Avete fatto pace facendo a pugni e bevendo birra… e poi sono certa che adesso che hai chiesto il suo permesso per frequentare Kaori, non si farà più nessun problema. Non è forse così, caro?” Saeko disse con nonchalance, guardando di sottecchi il marito. Adesso finalmente sapeva perché i due avessero litigato…

Makimura arrossì, e si stropicciò imbarazzato i capelli castani. Si chiese che cosa la sua dolce metà avrebbe detto di quel suo infantile compartimento da maschio alfa- il suo perfetto opposto- ma il sorriso tenero e genuino, pieno d’amore della sua Saeko, gli fece capire che era tutto perdonato, e che lo capiva- nemmeno lei era stata mai troppo tenera con gli innamorati delle sue sorelline, dopotutto.

Schiarendosi la gola, ancora un po’ imbarazzato, tornò a dare la sua piena attenzione all’amico.

“Senti Ryo, ti ho mai raccontato di quando uscivo con Rui?” Rio sbattè le palpebre. Rui? La maggiore delle sorelle Kisugi? Quello schianto di donna che sembrava essere uscita da una rivista di moda, bellissima, sempre perfetta, ed estremamente acuta, aveva avuto una storia con il suo occhialuto amico nerd?

Ryo scoppiò a ridere. Di sicuro Maki gli stava raccontando una balla per alleviare le tensione.

“Beh? Che hai tanto di ridere, idiota?” Maki gli domandò a denti stretti. 

Ryo si stava letteralmente rotolando a terra dalle risate. “Ah, ah, ah! Tu e Rui, questa è buona! Ih, ih, ih!” Maki divenne livido di rabbia a sentire quelle parole, il fumo sembrava uscirgli dalle orecchie, ed in risposta alle insinuazioni del presunto amico- che fosse un mitomane bugiardo- gli diede un vassoio molto pesante di argento massiccio in testa. 

Ryo si massaggiò il bernoccolo che già si stava formando, facendo il broncio. “Ma perché voi fratelli Makimura siete così violenti? Sempre a tirare cose in testa al povero Ryo!”

“Povero Ryo un corno, cretino!” Maki sbraitò in faccia all’amico, sibilando il nome a denti stretti.

“Guarda che io ti conosco benissimo, coglione! Lo sai cosa facevo io prima di sposarmi, eh? Uscivo con Saeko e con Rui allo stesso tempo, ed è un miracolo se quella santa donna mi abbia perdonato! Tu non hai mai tenuto il piede in due scarpe! Sarai pure donnaiolo ma sei la persona più monogama che conosco!” Prese dal tavolo una scatolina di velluto rosso, e la lanciò in testa a Ryo, colpendolo in pieno. “ E adesso alza il culo e vai da mia sorella prima che decida che non ha intenzione di aspettare che tu ti faccia furbo e decida che vuole correre dietro a Angel!”

Leggermente spaventato dall’exploit del suo normalmente pacato migliore amico, ancora per terra, Ryo scappò a gambe levate dalla casetta, senza aggiungere una sola parola- era quasi del tutto certo che dopo quella strigliata urlata Maki gli avrebbe di nuovo tirato qualcosa addosso, e voleva essere tutto d’un pezzo per la bella Kaori.

Maki, intanto, appena vide la sagoma dell’amico varcare la soglia, tirò un sospiro di sollievo, o forse di rassegnazione, e si risistemò  gli occhiali sotto lo sguardo complice della moglie che gli diede un pizzicotto sulla guancia. “Dici che avrà capito l’antifona questa volta?”

“Bah, io sono anni che mi arrovello per farli mettere insieme perché quella loro sottospecie di danza amorosa mi faceva lo stesso effetto di un trapano nel cervello, quindi mi auguro che questa volta abbia funzionato.” Le rispose lui, incrociando le braccia, con lo sguardo pensieroso. “Spero solo che si diano tutti e due una bella svegliata e ci diano un po’ di pace. Già dormiamo poco, ci manca ancora che ci tengano svegli con le loro rispettive lamentele!”

 “Oh, non preoccuparti, amore… credo che se le cose stanno come penso io, le notti insonni, da oggi in poi, le avremo un po’ tutti, tu ed io si spera per motivi molto più piacevoli…” Saeko gli si strofinò contro, complice, e gli diede un veloce ma sensuale bacio sul collo prima di alzarsi e recuperare il figlio, che si era nel frattempo addormentato. “A proposito, perché non approfittiamo che Haru si è addormentato e non andiamo a farci un bel bagno? Sai quanto odio sprecare l’acqua…”

Maki non se lo fece ripetere due volte, e, senza pensare a tutto ciò che lei gli aveva detto, corse dietro alla moglie, con la lingua  a penzoloni come fosse un cagnolino, strappandosi i vestiti di dosso mentre raggiungeva il bagno per velocizzare le operazioni- tant’è che inciampò pure nelle braghe calate, salvando in extremis gli occhiali. “Arrivo amore, aspetta il tuo Maki e non azzardarti a iniziare senza di me!” 

Coricata sotto ad una macchina intenta a cambiare un pezzo, Kaori prese la sofferta decisione di lasciare Okinawa, dove tutto le ricordava quelle meravigliose giornate riempite di un amore inconsapevole per Ryo, e andare via. Non Tokyo, dove sarebbe stata terrorizzata all'idea di incontrarlo... magari era la volta buona che accettava la proposta di Eriko di farle da modella durante le sue presentazioni in giro per il mondo, chissà... non avrebbe potuto farlo per chissà quanto tempo, ma sarebbe stato un inizio, e almeno avrebbe potuto vedere un po’ del mondo. Magari un giorno sarebbe anche potuta andare a trovare Mick a Lione, quando ricordare quella storia le avrebbe fatto meno male. E poi… e poi, sapeva che non si sarebbe potuta nascondere per sempre. Presto o tardi, sarebbe dovuta tornare per essere onesta con tutti quanti. Nessuno escluso. 

Aveva bisogno di cambiare, solo così avrebbe potuto riavere la serenità, un giorno. Forse. Chissà.

Udì dei passi, e intravide da sotto alla macchina delle scarpe maschili, sportive. Abbozzò un lievemente seccato arrivo e intanto proseguì col lavoro, intenzionata a finirlo.

"Nessun problema," disse una voce calda, famigliare e che non credeva avrebbe sentito mai più- talmente inaspettata che Kaori alzò di scatto il capo sbattendo contro il veicolo. "Ho tutto il tempo del mondo a disposizione."

Ryo, quasi spaventato, si gettò a terra, e afferrando Kaori per le caviglie, la fece scivolare via da sotto l'auto. "Tutto bene?"

Kaori si massaggiò la fronte, dove stava già prendendo forma una collinetta rossa, lì, nel bel mezzo, visibile a tutti anche a kilometri di distanza. "Io... non so." Lo sfiorò con la punta delle dita mentre lo guardava a bocca aperta, quasi avesse temuto che fosse irreale, e lui la prese tra le braccia, stringendola, accarezzando le punte dei capelli che le lasciavano quasi totalmente nudo il collo.

"Vuoi che chiami un dottore? Un ambulanza? Ti porto in ospedale?"

"No, ho solo battuto la testa.” Kaori alzò gli occhi al cielo, stanca. “Mi hai sorpresa, ecco tutto. Credevo fossi tornato a Tokyo…”

Lo guardò. Aveva un sorrisetto malandrino e una luce peculiare negli occhi, ma il suo aspetto era orribile. I vestiti erano stropicciati, aveva le occhiaie e un filo di barba- che stranamente lo rendeva molto, ma molto sexy. Eppure, era semplicemente meraviglioso agli occhi di Kaori: come gli aveva detto quella sera, lui era l’uomo più sexy su cui lei avesse mai posato gli occhi.

“Ecco, io…” Ryo iniziò, stropicciandosi i capelli scuri, all’improvviso timido come un ragazzino, l’antitesi del consumato seduttore che si era abituata a vedere in quelle otto settimane che lui aveva trascorso sull’isola. “Sono tornato. Io, ecco…”

Si bloccò, come nel panico, e Kaori lo guardava, mordendosi le labbra, aspettando ogni sua parola. Voleva capire, sapere… sognare.

“Il nonno…Il nonno ha deciso di lasciare la guida della società ad Haruka. Io ho ancora la mia quota di azioni, ma ha capito che non sono fatto per quel lavoro. Ho deciso di rimanere in polizia…” prese un profondo respiro, e sfiorò le dita di Kaori con le sue. “E… ho deciso di essere onesto. Con i miei sentimenti, almeno.”

“Oh,” si limitò a dire lei, con le guance che si tingevano di un lieve colore scarlatto. Ryo sorrise, timido- così strano, eppure così naturale, così bello su quei forti lineamenti virili- e fece cenno di sì col capo.

“Pensavo che non sarei più stato capace di essere il poliziotto che ero, ma lavorare di nuovo con Maki e Saeko mi ha fatto capire che quello che mi serve è avere intorno gente di cui mi fido cecamente. Ho detto al mio capo che la mia promozione poteva darla a Toshio, perché io voglio essere trasferito qui, Kaori. Il poliziotto posso farlo ovunque, ma tu sei qui, e mi chiedevo….”

Il respiro gli morì in gola, e lei lo fissava, ammutolita.

“Ecco, so che è ancora presto, che è passato solo un mese da quando tu e Mick avete rotto…” Riprese Ryo, che stava ancora giocherellando con le dita di Kaori, disperatamente cercando parole che sembravano sfuggirgli, quasi timido. “Ma mi chiedevo se un giorno, tu… se mai ti sentissi pronta a…a riprovarci, se mai volessi, uhm, guardarti intorno, mi chiedevo se potresti…ecco… prendere in considerazione, magari…”

“Non voglio guardarmi intorno, Ryo.” Kaori scosse il capo, con un sorriso lieve e gli occhi lucidi, stringendo le dita di lui, che sospirò, gli occhi persi nel vuoto e le spalle basse, come se fosse appena stato sconfitto, senza speranza alcuna. “Perché guardarmi intorno… se ho te?”

Ryo alzò il capo, incredulo, e la luce gli ritornò nello sguardo. “Tu…”

“Sì, stupido. Io voglio te. Ho capito che con Mick alla lunga le cose non  avrebbero potuto funzionare. Il nostro amore era troppo tiepido,  ci amavamo perché volevamo, non perché fosse naturale. La sera del party abbiamo parlato, e lui mi ha detto che aveva capito che mi stavo innamorando di qualcun altro.” Abbassò il capo, e distolse lo sguardo quando si sentì pronta a fare un ammissione che risultava difficile perfino alle sue stesse orecchie. “Aveva capito che lui era solo un rimpiazzo. E che forse… lo era sempre stato.”

“Ma… ma tu volevi sposarlo… e volevi dei figli….insomma, tutto il lavoro che abbiamo fatto…”

“Beh, era il mio fidanzato. Logico che pensassi a lui per quello, no?” Gli rispose con un’alzata di spalle.

“Ma ci sono anch’io, Kaori…” le si avvicinò, e la prese tra le braccia, e Kaori prese a giocherellare con una ciocca di capelli dell’affascinante stallone.

“Sì, lo so… però non sei stato un contendente da subito…” ammise con un sussurro. Aveva appoggiato il capo sulla spalla di Ryo, e cercava di cogliere ogni particolare del suo sguardo caldo, di non farsi scappare il bagliore di quegli occhi scuri cha brillavano come fossero diamanti neri. “O forse sì, ma io non volevo ammetterlo… certe volte eri così antipatico con me!”

“Lo facevo solo perché Maki aveva sempre detto che nessun uomo sarebbe stato degno di te, e non è che io fossi chissà quanto bravo nel tenere insieme una relazione… e poi, quando ci siamo incontrati, tu eri solo una ragazzina mentre io ero un uomo. Mi sembrava di essere un predatore…”  Le mani si insinuarono sotto al tessuto della maglietta di Kaori, accarezzando la pelle della schiena, trattenendola, possessivo, per essere certo che non gli scappasse. “E poi tu hai pianto… dopo che abbiamo fatto l’amore, sei scoppiata a piangere perché volevi Mick e…” 

“Quanto sei stupido, Ryo…” lei sospirò, sorridente. “Piangevo perché pensavo sarebbe stata l’unica volta che avrei potuto stare con te, che per te fosse stato solo sesso, mentre io ero così innamorata di te…e non avevo la minima speranza….”

“Eh? E perché?” le chiese, onestamente stupito.

“Sei tu quello che diceva che voleva essere il ragazzo di tutte, che ogni sera stava con una donna diversa, che il matrimonio è un’istituzione insensata perché la metà della gente divorzia…” Lei iniziò ad elencare tutte le colpe di Ryo, contandole sulle punte delle dita- colpe che, a dirla tutta, troppo a lungo Ryo aveva visto come pregi e come cose sensate. Ma non più.  Le sorrise, e con le braccia intrecciate dietro alla schiena di Kaori, affondò il viso nei soffici ricci rossi.

“Sì, ma questo era prima, perché non volevo ammettere che erano anni che avevo la donna perfetta proprio davanti agli occhi…anzi, a proposito di donna giusta…”  Si staccò da lei, e afferrò un mazzo di fiori che aveva appoggiato a terra per aiutarla quando lei aveva battuto la fronte. Erano i suoi fiori preferiti, Kaori si rese conto arrossendo, garofani- rossi chiari e scuri, e bianchi, tutti colori che lei, sapeva, rappresentavano le varie forme dell’amore tra un uomo e una donna.

Sotto lo sguardo attonito di Kaori, un po’ a disagio, in una situazione che mai avrebbe considerato fino a due mesi prima, Ryo si inginocchiò, in un equilibrio precario, con il mazzo di fiori in una mano e la scatola di velluto che Maki gli aveva tirato dietro nell’altra, che Ryo aveva scoperto, con lacrime di gioia, contenere un anello, oro giallo con un rubino dal taglio a diamante, il cui colore sembrava lo stesso dei capelli di Kaori e sua sorella.

“L’anello che mamma e papà comprarono quando nacqui… ne avevano presi due, uno per me e uno per mia sorella…” La donna sfiorò, con le lacrime agli occhi, la preziosa gemma. “Volevano che un giorno li indossassimo, alle nostre nozze…”

Ryo posò nuovamente i fiori a terra, e prese la mano sinistra di Kaori tra le sue, lentamente, iniziò ad infilarle il pegno d’amore all’anulare, senza mai smettere di guardarla in quegli occhi ricolmi di lacrime di felicità. “Allora Kaori… noi ci conosciamo da tanti anni, e… e so che non sono sempre stato perfetto, ma, ma io ti amo, e mi chiedevo se…vorresti… prenderesti in considerazione l’idea di, ehm, creare una famiglia con me?”

“Ma non è più semplice dire, Kaori mi vuoi sposare?” Lei si abbassò al livello di Ryo. Aveva smesso di piangere, nonostante recasse ancora i segni sulle guance, ma il suo sorriso era radioso e sbarazzino, e carico di quella dolcezza che aveva sempre contraddistinto quella giovane di buon cuore. Lei gli diede un veloce bacio sulle labbra, accarezzando l’ispida guancia, mentre lui, felice, le metteva l’anello al dito, legandola per sempre a sé.

“Sai, un po’ mi rode, mi hai battuta sul tempo… presto o tardi sarei dovuta venire da te per forza…” Sospirò lei, mentre, inginocchiati a terra, si abbracciavano. Lei aveva di nuovo allacciato le braccia al collo, mentre quelle di Ryo erano intorno alla vita, con le mani callose che le stuzzicavano la sensibile pelle della schiena.

A sentire quelle parole, Ryo si bloccò, e la guardò, stupito. Kaori distolse lo sguardo, ed arrossì, fissando prima il soffitto, e poi dabbasso, con Ryo che seguiva lo stesso percorso cercando di decifrare quell’enigma. Poi, senza dire una parola, lei lo guardò negli occhi, mordendosi le labbra.

E lui si sentì improvvisamente come San Paolo sulla via di Damasco, quando fu colto da un’improvvisa epifania che gli stravolse l’esistenza.

“Vuoi dire che….” Non osò finire la frase, il respiro gli morì in gola mentre la guardava con aria sognante, un sorriso così luminoso da essere quasi accecante.

“Beh, ecco, veramente, non ne sono proprio certissima, ma…” Si schiarì la gola, timida, insicura, ma felice. Ryo le aveva chiesto di sposarlo, e questo prima di sapere che lei…che loro… che forse…

Ma nel suo cuore, lo sapeva. I giorni di ritardo erano ormai dieci, e lei era sempre stata precisa come un orologio svizzero, fin da ragazzina. Quel ritardo poteva significare una cosa sola:  quella loro unica notte insieme aveva portato al concepimento di una nuova vita.

“Se… se lo fossi….” Gli chiese timidamente. “Tu…” Un po’ per timidezza, un po’ per paura, un po’ a causa delle vecchia abitudini e dei vecchi pregiudizi, Kaori non finì la frase. Ma non ne ebbe bisogno: lei e Ryo non avevano bisogno di parlare per comprendersi e comunicare al meglio.

“Che sciocca che sei… È da una vita che ti aspetto, Kaori, non potrei essere più felice. Cioè, te lo immagini un bambino nostro? I tuoi capelli, i miei occhi, la mia testa dura, e il tuo amore per la vita e per il prossimo…” Le disse lasciandole un bacio sulle fronte, felice e soddisfatto. “Davvero saresti venuta da me?”

Lei fece cenno di sì col capo. “Siamo cresciuti tutti e due senza genitori, o comunque, senza sapere la verità sulle nostre origini…” Sussurrò, portandosi le mani di Ryo sul ventre. Intrecciarono le loro dita, e lei, con gli occhi lucidi, non poté fare a meno di  guardare quello spettacolo, quel gesto all’apparenza così semplice, per imprimerlo nella sua memoria. “Non avrei mai potuto fare a un bambino nostro un simile torto.”

Ryo le diede un veloce e casto bacio a fior di labbra, e senza pensarci due volte, la prese in braccio, e la portò fino alla macchina che aveva preso in prestito, la Mini di Maki. “In questo caso, signorina,  ti proibisco di fare sforzi! Passerai i prossimi otto mesi tra letto e divano e amache a essere servita e riverita come la dea che sei!”

Kaori sospirò, sorridendo contro la giugulare di quello che era ora, a tutti gli effetti, il suo compagno.

Aveva la netta sensazione che i prossimi mesi sarebbero stati interessanti- intensi, sfibranti, e che Ryo sarebbe stato il genere di padre e compagno iper-protettivo. Ma le andava bene così. Sì, l’avrebbe trattata forse come una delicata bambola di porcellana, ma, al contrario di Mick, ci sarebbero state un mucchio di nottate bollenti, e magari dei litigi e della battutine taglienti, ma tutto questo li avrebbe preparati a divenire finalmente, adulti, e a un lungo periodo di notti insonni a vegliare ed ad occuparsi del loro bambino- un maschietto dai ricci rossi e gli occhi neri.